sabato 28 luglio 2007

Damiano, o cambi l'accordo o noi non lo votiamo

da Liberazione di Walter De Cesaris Deputato Prc-Se, Segreteria Nazionale

C'è una questione di metodo che è di sostanza. Non possiamo girarci attorno e non possiamo eluderla. La questione chiama direttamente in causa i rapporti nella maggioranza e dentro il governo. I fatti parlano chiaro. Sullo scalone, è stato chiuso un accordo negativo.

La posizione con la quale il governo ha svolto la fase finale convulsa di quella trattativa non è stata concordata dentro la maggioranza. Susseguentemente, il ministro Damiano ha concluso un accordo con le parti sociali sul mercato del lavoro, i cambiamenti da effettuare sulla legge 30, incentivi e così via. Anche in questo caso, il ministro si è mosso senza aver concordato, né in sede collegiale di governo, né in sede politica, le misure da sottoporre al tavolo del negoziato.

Basterebbe questa considerazione, per semplice e banale che sia, per affermare che le posizioni che il governo ha assunto non ci impegnano. Il fatto, poi, che il Presidente Prodi abbia voluto celebrare quegli accordi vantandone la continuità con la concertazione del 23 luglio del 1992, è un aggravante, un motivo in più, anche per ragioni più generali, per affermare che non sono stipulati in nostro nome. Quindi, lavoreremo nel Paese e nel Parlamento per cambiarle.

Le parole possono essere pietre. Non si tratta di fare gli spacconi o di fare minacce al vento. Le parole vanno misurate e io le misuro attentamente per quelle che sono. Il ministro Damiano sostiene che l'accordo sul mercato del lavoro non è modificabile? La nostra risposta è molto semplice e non abbiamo bisogno di urlarla. O è modificabile e si modifica oppure non avrà il nostro voto. Semplice, chiaro e diretto. C'è, infatti, una questione più di fondo. La si può chiamare il problema della collegialità o come si vuole. Il punto è chi e come decide dentro la maggioranza e dentro il governo.

Noi abbiamo contestato l'idea e la pratica di una tolda di comando riformista cui poi gli altri, recalcitranti o meno, seguono. O c'è una condivisione, anche un compromesso dopo una discussione comune, oppure salta la possibilità di una intesa. Chi persegue la rottura e lavora per consumarla è chi vuole imporre una linea che non è condivisa e non è conseguente a quello che dice il programma che tutti assieme abbiamo sottoscritto. Bisogna dire la verità ovvero che l'offensiva del Partito Democratico dentro il governo sta portando alla dissoluzione dell'Unione e alla crisi. Non possono esistere due pesi e due misure. I centristi dell'Unione possono tranquillamente fregarsene di quello che hanno sottoscritto nero su bianco e affermare che una legge sulle unioni civili non passerà mai. Sembra che ciò non determini alcuno scandalo. Ne dovremmo semplicemente prendere atto e, infatti, nessuno si permette di compiere alcun affondo. Si, c'è un iter legislativo, ma, nella pratica, è su un binario mezzo morto.

Lo stesso, più o meno, succede per il disegno di legge che deve sostituire la Bossi Fini e altro ancora che, in misura più o meno precisa, è comunque lungo le linee tracciate nel patto che l'Unione ha stabilito con il suo popolo.

Non è, naturalmente, in questione lo sforzo fatto per portare a casa comunque dei risultati. Il caso delle pensioni è emblematico. Non dobbiamo sottacerli perché sono il frutto di un braccio di ferro tutto giocato sulla politica da parte di Rifondazione Comunista e degli scioperi operai direttamente convocati dalle fabbriche e con il supporto decisivo della Fiom, in assenza di un conflitto da parte del sindacato confederale che non ha effettuato alcuna pressione di mobilitazione. Se vi è stato qualche risultato è stato grazie alla convergenza di quei due fattori.

Ma questo non cambia il dato politico di fondo e non muta il segno regressivo socialmente delle decisioni assunte e degli accordi stipulati. Anzi, assistiamo pure al gioco delle tre carte del ministro che rimette in discussione anche quello che di buono vi era nell'accordo. Il punto è cosa fare, adesso.

Siamo in un passaggio decisivo e drammatico. La sinistra rischia di essere spazzata via, non nella prospettiva futura della capacità di rifondarsi, ma qui e ora se non è in grado di aprire un conflitto vero, deciso e fino in fondo su questi temi brucianti dell'attualità. Parliamoci chiaro. Questo ci riguarda direttamente perché è messa in gioco la nostra autonomia. Non è una partita a scacchi, né il gioco a chi rimane alla fine il cerino in mano.
Qui sta il senso dell'offensiva sociale dell'autunno, della manifestazione nazionale unitaria e della consultazione popolare che intendiamo promuovere come un vero evento partecipativo. Noi non ci faremo chiudere nell'angolo in cui la scelta che ci rimane è la corda con cui impiccarci: o la subalternità di chi recalcitra e poi beve o la chiusura settaria in una protesta senza sbocco, ugualmente incapace di incidere e produrre risultati. Sarà una offensiva unitaria e di popolo. Deve avere contenuti precisi anche di modifica degli accordi che una parte del governo ha fatto, arrogandosi il diritto a parlare in nome di tutti. Deve avere un obiettivo politico: una nuova stagione politica riformatrice fino a rivedere i rapporti dentro la maggioranza e il governo. Una offensiva senza ipocrisie e senza reti di protezioni. Nulla può essere escluso e l'esito non lo si scrive in precedenza. E' così in tutti i conflitti veri.

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